Organizzazione e Funzionamento

  • La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo è stata istituita nel 1959 dalla Convenzione per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali (1950) allo scopo di assicurare il rispetto delle obbligazioni da questa derivanti per gli Stati contraenti.
  • La Corte è composta da un numero di giudici pari a quello degli Stati membri del Consiglio d’Europa (attualmente trentaquattro) e non può comprendere più di un cittadino di uno stesso Stato. I giudici sono eletti dall’Assemblea parlamentare, per nove anni, sulla base di un elenco di nominativi presentato dai membri del Consiglio d’Europa. Rieleggibili, siedono a titolo individuale e godono della completa indipendenza nell’ esercizio delle loro funzioni. Durante il loro mandato, essi non possono ricoprire funzioni incompatibili con le esigenze di indipendenza, imparzialità e disponibilità inerenti a tale mandato. La Corte elegge il proprio presidente e vicepresidente. I suoi membri ricevono un’indennità per ogni giorno di funzioni e le sue spese sono a carico del Consiglio d’Europa. Assistita da una cancelleria posta sotto la sua diretta autorità, elegge il proprio cancelliere e il proprio vicecancelliere dopo aver consultato il Segretario Generale del Consiglio d’Europa; il restante personale è nominato dal Segretario Generale con l’accordo del presidente o del cancelliere. Secondo quanto previsto dalla Convenzione, la Corte stabilisce il suo regolamento e fissa la sua procedura. Il regolamento originario, adottato nel 1959 e a varie riprese aggiornato in diversi punti, è stato interamente riveduto il 24 novembre 1982. Il nuovo testo è in vigore dal 1° gennaio 1983. Con l’entrata in vigore del Protocollo n° 9 alla Convenzione, il 1° ottobre 1994, questo testo è diventato il regolamento A e la Corte ha adottato un’altra serie di norme, il regolamento B, che si applica esclusivamente ai casi riguardanti gli Stati che hanno ratificato tale Protocollo.
  • La competenza contenziosa della Corte si estende a tutti i casi concernenti l’interpretazione e l’applicazione della Convenzione. Non può tuttavia esercitarsi che nei confronti degli Stati che l’hanno riconosciuta come obbligatoria di pieno diritto – così come avevano fatto, al 31 maggio 1995, tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa, tranne Andorra, Estonia, Lettonia e Lituania – o hanno dato il loro consenso a che la Corte sia adita per un determinato caso.
  • Secondo quanto disposto dalla Convenzione, tutti i casi sottoposti alla Corte hanno necessariamente origine da un ricorso introdotto da uno Stato, da una persona fisica, da una organizzazione non governativa o da un gruppo di privati, davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. La Corte, prima di tutto, controlla l’ammissibilità del ricorso. Nel caso lo dichiari ricevibile accerta i fatti e cerca di pervenire ad una regolamentazione amichevole della lite. Ove questo tentativo fallisca, redige un rapporto nel quale constata i fatti e formula un parere sulla questione se essi rivelino una violazione delle obbligazioni che incombono in base alla Convenzione allo Stato convenuto. Questo rapporto è trasmesso al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa.
  • Il Protocollo n° 9 permette anche ad ogni persona fisica, gruppo di privati o organizzazioni non governative di adire la Corte.
  • Per la trattazione di ogni caso che le viene sottoposto – e salvo la possibilità di riunioni di alcuni casi previste dal regolamento -, la Corte si costituisce in una camera di nove giudici. Ne fanno parte d’ufficio il presidente o il vicepresidente e il giudice avente la nazionalità di ogni Stato interessato. Nell’ipotesi che il giudice “nazionale” sia impedito a partecipare o si astenga, o manchi, lo Stato in questione ha il diritto di designare un membro della Corte (di un’altra nazionalità) o una persona ad essa estranea (giudice ad hoc). Ad oggi, la nomina di un giudice ad hoc si è avuta in venticinque casi. Per quanto riguarda gli altri membri della camera, i loro nomi sono sorteggiati dal presidente, prima dell’inizio dell’esame del caso. La Camera così costituita può o deve, in certi casi dichiararsi incompetente a vantaggio di una grande camera composta da diciannove giudici, la quale può a sua volta ed in casi eccezionali dichiararsi incompetente a vantaggio della Corte plenaria. Il sistema delle grandi camere è stato istituito nell’ottobre 1994. Precedentemente la Corte plenaria aveva esaminato novantotto casi. Tra l’ottobre 1994 e il 31 maggio 1995 sei casi sono stati esaminati da una grande camera.
  • In linea di massima, ma le eccezioni non sono rare, la procedura si svolge dapprima per iscritto: memorie e altri documenti sono depositati presso la cancelleria della Corte nell’ordine e nei termini indicati dal presidente. Istruito il caso, il presidente fissa la data di apertura delle udienze, che sono di regola pubbliche.
  • Sono parti del procedimento lo o gli Stati interessati e i ricorrenti che hanno adito la Corte in virtù del Protocollo n° 9. Per quanto riguarda i ricorrenti, la Convenzione del 1950 non li abilitava ad adire la Corte nè a comparire davanti ad essa come parte del processo. Un articolo del vecchio regolamento della Corte autorizzava i delegati della Commissione a farsi assistere da una persona di loro scelta. Si poteva trattare, per esempio, dell’avvocato del ricorrente o di quest’ultimo; la Corte l’ha constatato in una sentenza del 18 novembre 1970 e i delegati della Commissione si sono avvalsi più volte di questa facoltà.
  • Nell’interesse di una buona amministrazione della giustizia, il presidente può invitare o autorizzare uno Stato contraente, che non è parte nella causa, a presentare delle osservazioni scritte nei termini e sui punti che egli determina. Può ugualmente invitare o autorizzare una persona interessata diversa dal ricorrente. Pur rigettando alcune domande, il presidente ha già consentito parecchie volte il ricorso a questa procedura.
  • La Corte decide tutte le questioni relative alla sua competenza. Con deliberazioni prese a maggioranza di voti, la Corte emette delle sentenze definitive alle quali gli Stati interessati hanno l’obbligo di conformarsi e di cui il Comitato dei Ministri sorveglia l’esecuzione. La Corte può, a certe condizioni, accordare alla vittima di una violazione “un’equo risarcimento” ed esaminare le domande di interpretazione o di revisione delle sue sentenze. Se una sentenza non esprime in tutto o in parte, l’opinione unanime dei giudici che hanno esaminato il caso, ciascuno di essi ha il diritto di aggiungervi l’esposizione della sua opinione separata (concordante o dissidente).
  • Le suesposte informazioni concernono unicamente la competenza contenziosa della Corte. Un protocollo alla Convenzione entrato in vigore il 21 settembre 1970, attribuisce alla Corte una competenza supplementare, quella di dare pareri consultivi; concepito in termini restrittivi, non ha ancora avuto applicazione.
  • Il Protocollo n° 11 alla Convenzione, aperto alla firma l’11 maggio 1994, prevede l’istituzione di una Corte unica e permanente in sostituzione dell’attuale sistema di controllo della Convenzione. La nuova Corte unica esamina i ricorsi introdotti dagli individui e dagli Stati. Essa si riunisce normalmente in camere composte da sette giudici, ma un comitato di tre giudici potrà, all’unanimità, dichiarare un caso irricevibile. Inoltre una camera già costituita potrà, in alcuni casi, dichiarasi incompetente a vantaggio di una Grande Camera di diciassette giudici. La sentenza resa da una camera è definitiva salvo il caso in cui una parte chiede entro tre mesi dalla data della pronuncia il rinvio ad una Grande Camera. Un collegio di cinque giudici decide se il caso deve o no essere esaminato da una Grande Camera. Lo Stato interessato deve conformarsi alla sentenza definitiva, la cui esecuzione è controllata dal Comitato dei Ministri.